08122018-ancelotti-giorno-www.ilmionapoli.it© Il Mio Napoli - Marco Bergamasco

Ancelotti: “Il mio maestro, i consigli per Davide, le Champions, Ibra, CR7 e la scelta Napoli: dico tutto”

Carlo Ancelotti ripercorre la sua doppia carriera, prima da calciatore e poi da allenatore. Lo ha fatto in compagnia del giornalista Paolo Condò per una rubrica di Sky Sport. Ma è più facile fare il calciatore o l’allenatore? Questa la risposta alla prima domanda di Condò ad Ancelotti: “Difficile dirlo. Mi vedevo con più limiti da calciatore rispetto ad allenatore, ed invece ho capito che da allenatore posso riuscire a mascherarli. Insomma, in campo se sbagli si vede, invece da allenatore meno. Non sono nostalgico: da calciatore ho fatto tutto quello che dovevo fare, beccando il periodo giusto in tutte le squadre in cui ho giocato”.

Sia da calciatore che da allenatore, la figura di Niels Liedholm è stata fondamentale: “A livello caratteriale Liedholm è stato molto importante, mi ha aiutato molto. Mi ha seguito sempre, sia durante gli allenamenti che nella vita privata. Mi piace utilizzare, anche se in maniera diversa, la sua ironia. Lui era un tipo sempre molto calmo e tranquillo, arrivava alle grandi partite non in maniera nevrotica come succede adesso. Ora le cose sono un pò cambiate, prima nello spogliatoio non si poteva neanche parlare, ora invece c’è la musica. Comunque mi piace applicare un pò le sue idee e il suo modo di fare nello spogliatoio prima di una partita importante, spesso raccontava barzellette”.

Alla Roma qual’è stato il calciatore punto di riferimento? “Per me Falcao era un giocatore di riferimento perchè era un grande centrocampista”.

Dalla Roma il passaggio al Milan, con Berlusconi dubbioso per le condizioni fisiche: “Ricordo che la prima volta che mi telefonò Berlusconi mi chiese proprio se stavo bene. Risposi di sì, anche perché in quel periodo le mie ginocchia stavano ancora bene”.

Il gol a cui Carletto è più legato è quello nella semifinale di Coppa Campioni contro il Real Madrid finita 5-0: “Sì, ricordo che si fece male Evani ed anche prima che si facesse male c’era il dubbio su chi giocasse o no, perchè potevo finire in panchina. Mi sono divertito molto a giocare in quel Milan con quei tre olandesi. Il pressing ci dava talmente tanta di quella energia che quando l’arbitro fischiava ci chiedevamo ‘ma è già finita?'”.

A tuo figlio Davide che consigli dai? “Quello che ho detto a mio figlio è frutto dell’esperienza avuta in Nazionale da vice allenatore con Sacchi. Gli ho detto che tutto quello che i calciatori gli dicono non necessariamente deve arrivare a me, perchè questo è proprio quello che tocca ad un vice. Ad esempio con me, in Nazionale, i calciatori mi dicevano ‘basta con questi allenamenti tattici, partitelle 11 contro 0’, poi ad Arrigo dicevo che andava tutto bene e che i calciatori erano contenti degli allenamenti”.

Quando Sacchi preferì Casiraghi a Baggio a USA ’94 pensassi anche tu che fosse matto? “Non ho mai pensato che fosse matto. Certamente è stata una cosa sorprendente ma era finita lì. Io ero d’accordo con lui perchè Casiraghi ci poteva garantire qualcosa in più con i palloni alti”.

Alla Reggiana subito in discussione, poi la promozione in A: “Avevamo fatto una squadra da promozione ed eravamo ultimi in classifica. Ero in discussione, ma la buona nomea che avevo come calciatore mi ha aiutato a tirare avanti. Poi da una vittoria facile e determinante contro il Venezia siamo riusciti a risalire e ottenere la promozione in Serie A. Diciamo che sì, la mia carriera è cominciata con questo rischio esonero, cosa che si è ripetuta anche a Parma. Ricordo che era il mese di dicembre e c’era aria di esonero. Prima di un Milan-Parma il presidente Callisto Tanzi mi disse che bisognava vincere, perchè anche con un pareggio non mi sarei salvato. Ricordo che a quella cena riuscii a strappargli una promessa di mancato esonero anche in caso di pareggio, poi però la partita la vincemmo 0-1 con gol di Stanic”.

E’ vero che al Parma non ha voluto Baggio a causa del modulo? “Tutto vero. Quello però era frutto di inesperienza, perchè la parte finale della mia carriera l’ho fatta con grandi conoscenze del 4-4-2 e non avevo la conoscenza adeguata per cavalcare altri elementi. Sacrificai la qualità dei singoli per il sistema di gioco. Da lì, però, ho cambiato idea. Esiste il sistema che conosci meglio e quello che conosci meno, ma devi adattare il tuo sistema ai calciatori che hai a disposizione. E’ il sistema che deve adattarsi ai calciatori che hai, non il contrario. Ho cambiato idea quando alla Juve ho trovato Zidane che era un trequartista, prima con una difesa a tre e poi con un rombo a centrocampo”.

A Parma ha lanciato un certo Buffon: “Aveva un potenziale unico e non era facile far fuori Bucci che, allora, era uno dei portieri della Nazionale”.

Alla Juve l’accoglienza fu un pò così: “L’approccio è sempre stato molto buono, anche perchè sono stato calciatore anch’io quindi so come vanno le cose. Anche alla Juve sono stato accolto bene e ricevuto molto rispetto da tutti”.

In bianconero l’incontro con Zidane, che poi per un anno è stato vice al Real: “Zizou è sempre stato un ragazzo straordinario. Da calciatore era molto timido, parlava molto poco, ed anche da assistente era uno che diceva poche cose, anche se comunque c’era un rapporto più intenso di quello che avevo quand’era calciatore. Mostra sempre grande carisma e secondo me da calciatore, pur avendo fatto tanto, penso che non ha mostrato tutto quello che aveva. Poteva fare più gol, ad esempio. Se ha preso da me? Penso che gli sia stato utile l’anno che ha fatto con me da assistente però poi ognuno ha il suo carattere e per determinate situazioni si comporta in maniera diversa, prendendo spunto dalle varie esperienze avute in carriera. So quanto lui era stimato dai calciatori quand’era con me al Real, per questo non mi stupisco delle tre Coppe Campioni consecutive vinte. Aveva un ottimo rapporto con calciatori chiave come Ronaldo e Ramos. Credo che quello sia stato determinante”.

Se a Perugia fosse finita diversamente sarebbero cambiate le cose alla Juve? “Sicuramente la vittoria dello Scudetto a Perugia avrebbe rasserenato l’ambiente. Invece il rapporto con una parte di tifoseria si era incancrenito anche prima”.

L’etichetta di eterno secondo ha mai pesato? “La verità? No. E’ chiaro che la delusione di non aver vinto alla Juventus c’era, però credo che avevamo fatto il massimo per essere la Juventus di quel periodo. Era una squadra ottima in cui però si era concluso un ciclo, tant’è che l’anno dopo vendettero Zidane e arrivarono i vari Buffon, Cannavaro, Thuram e compagnia bella”.

Si può dire che il Milan, calcisticamente parlando, è casa sua? “Casa mia è ovviamente il Milan, anche se mi son trovato molto bene a Roma da calciatore. Ricordo che io lo stesso giorno dovevo firmare per il Parma, che mi aveva richiamato, e solo per pochissimi dettagli poi firmai con il Milan perchè c’era Galliani che era venuto a casa mia. Penso di essermi comportato bene con il Parma, ma il richiamo dei rossoneri era troppo forte”.

Al Milan ha inventato l’Albero di Natale: “E’ stata una invenzione dettata dalla grande qualità che avevo in quel periodo. Lì sono cambiato. C’era il diktat, diciamo, della società ma anche la storia del club. Dissi ‘proviamo a metterli tutti insieme’ ed andò bene. La chiave fu Pirlo in regia. Ricordo che la prima volta lo applicai in Champions a La Coruna. Nacque non tanto per aumentare la capacità offensiva ma per difendere meglio. Non nasce con un’idea offensiva ma difensiva”.

La finale persa a Istanbul è la macchia che fa male: “La finale col Liverpool del 2005 non l’ho più rivista. L’ho rivista per caso su Sky e vidi che avevamo fatto una gran partita, sia nel primo tempo ma anche nel secondo e nei supplementari. Il Liverpool era arrivato alla fine dei supplementari con l’acqua alla gola, poi è chiaro che ai rigori potevi perderla. Due anni dopo ricordo che facemmo un tifo sfegatato per i Reds in semifinale, perchè volevamo re-incontrarli in finale. Perchè, insomma, non ti può andare sempre male”.

Quale finale di Champions resta indelebile? “Il 2003 senza ombra di dubbio. Perchè mi fu cancellata l’etichetta di eterno secondo e perchè era la mia prima coppa”.

Al Chelsea l’esonero è arrivato dopo un double campionato-coppa, strano: “Non lo so dire. Abramovich parlava molto poco e non ho mai avuto grandi discussioni con lui. Credo sia un rapporto scemato nel tempo. Ricordo i tanti colloqui che avevo avuto con la società prima di firmare. Quella in Inghilterra è stata una bellissima esperienza. Al Chelsea ho avuto grandi calciatori come Terry, Ballack, Drogba, Essien che era in una formula straordinaria, Malouda. Facemmo più di 100 gol, era una macchina da guerra”.

Al PSG un nuovo mondo: “Era una società con grande carica e grande energia, con tanta voglia di prendere giocatori nuovi e costruire un grande progetto. Quando a febbraio arriva l’offerta del Real Madrid io avevo già rotto con il PSG. Tutti allora dissero che io andai via perchè c’era il Real, ma la verità è che si era rotto il rapporto a Parigi, nonostante mi trovavo molto bene perchè c’erano grandi calciatori, Ibra su tutti”.

Ecco, com’è allenare uno come Ibrahimovic? “E’ la cosa più divertente del mondo. Ti fa divertire, non hai nessun problema. Lui sarebbe ancora in grado di fare la differenza. Per me può giocare fino a 50 anni. A Napoli lo prenderei? Certo, lo riprenderei. Se viene con lo sconto sì. Ma se dovesse venire gratis solo per me no…Ibra non viene gratis”.

Invece il rapporto con Cristiano Ronaldo? “Molti pensano che sia un extraterrestre ma nello spogliatoio è un ragazzo che va d’accordo con tutti, uno normale come tutti gli altri. uno molto concentrato sulle sue cose. Sono quel tipo di calciatori che alleni con molta semplicità. Per me non devi forzarlo a giocare in una sola posizione. Non devi spostarlo per forza, ci provai al Real Madrid

CR7 alla Juve ti ha mai chiamato? “No, io Ronaldo lo ho visto solo nelle due partite che abbiamo giocato col Napoli. Si dice che mi aveva chiamato per la Juve? No, alla Juve già ci sono stato”.

Al Bayern le cose non sono andate per il meglio, troppe divergenze: “E’ molto facile cambiare quando le cose vanno male, è più complicato farli accettare quando le cose vanno bene. E’ un pò quello che è accaduto anche a Napoli. Quando tu vai in campo e comandi le partite con il gioco ed il possesso e vuoi cambiare qualcosa è sempre più difficile farlo accettare. Al Bayern provai a svecchiare la squadra, andando anche allo scontro con una filosofia più conservativa. C’era troppa diversità di vedute tra me e la società”.

Come mai la scelta Napoli? “Innanzitutto la voglia di tornare in Italia. All’estero mi sono trovato molto bene e non va escluso che ci tornerei, ma mi piaceva il progetto della società e poi non c’erano altre squadre in cui potevo arrivare in Italia. Il Napoli di Sarri mi piaceva ed è una squadra che secondo me può migliorare e può vincere. E’ un club destinato a crescere”.

Com’era la Napoli di Maradona? E, soprattutto, com’era Maradona, è il calciatore più forte che hai avuto di fronte? “Sì. E’ stato il calciatore più difficile da marcare, quando difendevamo a zona. Ho provato a dargli qualche colpo per fermarlo, ma niente. Lui era anche uno molto corretto, perchè non si lamentava mai. Quel Napoli era una grande squadra, un grande ambiente, con la gente che provava a disturbarci la notte, quando andavamo allo stadio. Erano bei duelli, una rivalità sportiva e null’altro. Non c’era odio o violenza, ma due grandi squadre che si affrontavano”.

A Napoli sei stato eletto paladino di un popolo anche in virtù della lotta alla discriminazione territoriale: “E’ vero che Napoli è presa di mira, ma è un problema generale che c’è in Italia. La violenza, il razzismo e l’insulto è una cosa che appartiene solo a noi. Questa è una cosa che deve finire, dobbiamo cambiare. Solo chi non è mai andato all’estero può ritenere che tutto questo sia normale. Non va bene andare allo stadio con la Polizia, è ora di finirla, siamo vecchi”.

Il tuo rapporto con De Laurentiis: “De Laurentiis è uno di quei pochi presidenti che ha grande rispetto per il mio lavoro. Più di ogni altro. Quando mi incontra non mi chiede o mi dice mai quello che dovrei fare. E’ un grande imprenditore, molto attento alla gestione della società. Non ho mai sentito il presidente che vuole vincere, ma fare sempre una bella partita e rendere felici i tifosi”.

Lavoro più facile a Napoli? “A Napoli no, perchè il mio lavoro è facile ma non è complicato. E mi diverte, ma non ho mai trovato questo mio lavoro difficile, neanche quando nascono delle complicazioni. Tutti i giorni ci sono problemi da risolvere, ma non ci sono problemi nel risolverli”.

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