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De Laurentiis arrabbiato con gli arbitri: due pesi, due misure

Aurelio De Laurentiis è molto arrabbiato con gli arbitri. Almeno questa è la conclusione che trae l’edizione odierna del Corriere dello Sport, nel raccontare uno scatto – forse d’ira – avuto alle ventidue e trenta di domenica sera. Il patron è balzato in piedi, ha usato il telecomando come se fosse la personalissima Var, ha poi afferrato il cellulare ed ha provato capire perché mai ciò che stava accadendo in quel momento sotto ai suoi occhi non collimava con quanto pensava dovesse succedere e soltanto tre ore prima con il contatto Viña-Anguissa. E insomma, mentre Inter-Juventus era ormai divenuta un’altra partita, Roma-Napoli si stava trasformando ancora e di nuovo, e stavolta persino attraverso la «legittimazione» di Mariani e di Guida, in un gigantesco rimpianto, persino più grosso di quello che intorno alle sette, mentre i vari replay riempivano i video, s’era impossessato di De Laurentiis, incapace di comprendere perché mai nella sala non avessero chiamato Massa per l’OFR quando Anguissa è andato giù e si è visto che c’era stato contatto con Viña. Sarebbe stato sufficiente intervenire, insomma, e poi a ognuno la propria decisione e le proprie responsabilità, prendendone atto ed accettandola ovviamente.

E quindi, ricapitolando, pur non riuscendo a farsene una ragione, Aurelio De Laurentiis si è messo lì, ha chiamato qualche amico che di regolamento ne sa e non lo interpreta, ha sbuffato contro la luna, ha invocato chiarimenti utili per capire, ha poi avviato il personalissimo protocollo affinché al Palazzo arrivasse, di buon’ora ed al lunedì mattina, la sua voce infastidita, ma seriamente. Qualcosa, a dire il vero, l’aveva già «sussurrata» suo figlio Edoardo, vice-presidente del Napoli, multato di diecimila euro «per avere al termine della gara, entrando sul terreno di giuoco, rivolto agli ufficiali di gara, con tono sarcastico, un’espressione irriguardosa». E così, da figlio in padre, al mattino, nelle riflessioni con fermi-immagine, c’è il desiderio e anche la bramosia di un’uniformità che aiuti a non alterare il campionato, di adeguarsi gli uni agli altri al regolamento ed alla logica e semmai al buon senso, evitando di contraddirsi a distanza di centottanta minuti o giù di lì, che poi sarebbero appena due partite di «giuoco» come direbbero là dentro.

Fonte: Corriere dello Sport