(THOMAS COEX/AFP/Getty Images)

Belinelli sul “boicottaggio” dell’NBA: “Ci sono cose più importanti di una partita di basket”

Il campione italiano da anni in NBA è stato intervistato oggi da “Il Corriere della Sera”

Marco Belinelli è da ormai 13 anni in NBA ed è direttamente coinvolto in quello che sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti. Il campionato di basket nazionale si è fermato, boicottato dagli stessi atleti che non vogliono scendere in campo dopo il ferimento con colpi di pistola alle spalle di Jacob Blake. Come ha sottoolineato anche Lebron James, non si è trattata di una sospensione voluta dalla lega, ma di una decisione degli sportivi, stanchi di assistere ogni giorno ad episodi disgustosi di razzismo. Anche Marco Belinelli ha detto la sua opinione; di seguito i passaggi più importanti della sua intervista a “Il Corriere della Sera” :

Un boicottaggio simile non c’era mai stato prima. Solo Bill Russel nel ’61, ma era tutt’altra cosa. Vista dall’Italia, magari è difficilmente comprensibile, ma dalla bolla è tutto molto più chiaro. La questione è davvero pesante. Gioco in Nba da 13 anni e vorrei continuare a farlo. Essere un giocatore mi ha permesso di conoscere realtà molto diverse. Poi vedi certe immagini, leggi di certi episodi, e ti rendi conto che tutto è molto diverso da come lo vedi da lontano. Per esempio, alcuni miei compagni mi hanno raccontato di episodi di cui sono stati protagonisti loro malgrado. E solo a causa del colore della loro pelle. Ed essere stelle del basket non li ha aiutati. Chi non è nero non è in grado di comprendere davvero quello che hanno sofferto. E che stanno soffrendo ancora…

Credo che lo sport abbia un potere enorme per mandare un messaggio. Noi atleti dobbiamo essere i primi ad amplificare certe storture attraverso le nostre piattaforme. I confini non esistono più. Lo abbiamo visto con George Floyd, quando tutto il mondo si è inginocchiato. Un poliziotto che spara nel Wisconsin è anche un problema nostro, non solo del Wisconsin. Noi sportivi abbiamo un peso: dobbiamo sfruttarlo. Il razzismo non è un problema politico ma sociale. Non possiamo coprirci gli occhi e fare finta che non accada nulla. Ci sono cose più importanti di una partita di basket. Mai e poi mai mi sono imbattuto nel razzismo in 13 anni di NBA. A compagni e avversari interessa solo come giochi, non di che colore hai la pelle. Le differenze in campo le fa il talento. L’unico razzismo che vedo è: sai giocare o non sai giocare”.

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